La necessità di certificare le soft skills in America Latina non è più una tendenza futura. In realtà, è già un’esigenza che cresce di anno in anno. Secondo il Micro-Credentials Impact Report 2025, il 96% dei datori di lavoro ritiene che le credenziali di competenze rafforzino una candidatura. Inoltre, uno studio LinkedIn mostra che il 92% dei responsabili HR valuta le soft skills tanto quanto le competenze tecniche. Tuttavia, la maggior parte delle università in Messico, Colombia, Cile e Perù non certifica ancora queste competenze con standard verificabili.
Questo crea un divario enorme. Da un lato, i datori di lavoro chiedono leadership, pensiero critico e lavoro di squadra. Dall’altro, i laureati possono presentare soltanto un titolo che non dice nulla su queste abilità. In altre parole, le università insegnano le soft skills ma non possono dimostrare che i loro laureati le possiedono. Per questo motivo, la certificazione con standard europeo è diventata lo strumento che permette di colmare questo divario in modo concreto e verificabile.
Perché l’America Latina deve certificare le soft skills adesso
Il mercato del lavoro nella regione sta cambiando più velocemente di quanto i programmi accademici riescano a tenere il passo. Ad esempio, in Messico, il Sistema Nazionale delle Competenze include ormai soft skills come leadership, comunicazione e lavoro di squadra nei propri standard di certificazione (Rapporto Istruzione e Competenze Messico, 2024). Allo stesso modo, in Colombia, l’Universidad del Cauca ha scoperto che competenze come la capacità decisionale e la leadership si sviluppano soprattutto dopo la laurea, non durante il percorso formativo.
Contemporaneamente, università come il Tecnológico de Monterrey, l’Universidad Iberoamericana e la University of California hanno già incorporato microcredenziali per migliorare l’occupabilità dei propri studenti. Ciononostante, queste iniziative tendono a concentrarsi sulle competenze tecniche. Al contrario, la certificazione delle competenze trasversali — come il pensiero analitico, la resilienza o l’empatia — manca ancora di uno standard comune nella regione.
In sostanza, ogni università misura queste abilità a modo proprio, con criteri propri e senza una scala che consenta confronti tra istituzioni o Paesi. Di conseguenza, un laureato del TEC de Monterrey e uno dell’Universidad de los Andes non hanno modo di dimostrare le proprie soft skills in un linguaggio che entrambi i datori di lavoro comprendano allo stesso modo.
L’argomento che cambia la conversazione: la Spagna come destinazione professionale
Esiste un dato che poche università latinoamericane considerano nella propria strategia, benché dovrebbe essere centrale. La Spagna è la destinazione numero uno per l’emigrazione professionale da Colombia, Messico, Cile e Perù. Di conseguenza, i laureati di università latinoamericane che cercano lavoro in Europa hanno bisogno di qualcosa di più di un titolo: necessitano di una credenziale riconosciuta dal mercato europeo.
A questo punto, lo standard europeo assume un valore diverso per l’America Latina. Non si tratta soltanto di qualità accademica. Si tratta, soprattutto, di mobilità professionale. Un laureato con una certificazione allineata con ESCO (il sistema europeo di classificazione delle competenze) e con il Quadro Europeo delle Qualifiche può presentare le proprie competenze in qualsiasi colloquio a Madrid, Barcellona o Berlino in un formato che il datore di lavoro già conosce e rispetta.
Inoltre, le multinazionali europee presenti nella regione — come BBVA, Santander, Telefónica, Nestlé e Inditex — utilizzano già quadri basati su ESCO per valutare i propri team globali. Per questa ragione, un’università in Messico o Colombia che certifichi i propri laureati secondo questo standard offre loro un vantaggio reale rispetto a candidati che presentano soltanto un titolo senza credenziali di competenze.
Cosa cercano davvero i datori di lavoro nei laureati latinoamericani
Secondo un’indagine Manpower su 10.000 datori di lavoro, le competenze più richieste nei neolaureati sono tutte soft skills: lavoro di squadra, leadership, comunicazione, risoluzione dei conflitti e capacità decisionale. In parallelo, il ranking QS di occupabilità dimostra che le università più apprezzate sono proprio quelle che formano laureati con soft skills dimostrabili.
Tuttavia, c’è una differenza fondamentale tra “insegnare” e “certificare”. Molte università propongono workshop di leadership o moduli di comunicazione nei propri programmi. È positivo, ma non basta. Il motivo è semplice: senza una credenziale verificabile, il datore di lavoro non ha modo di sapere se il laureato padroneggia realmente quelle competenze o se ha semplicemente frequentato un workshop.
Di fatto, il 90% dei datori di lavoro sarebbe disposto a offrire stipendi iniziali dal 10% al 15% più alti quando le certificazioni provengono da istituzioni riconosciute (Micro-Credentials Impact Report 2025). In sintesi, certificare non migliora soltanto l’occupabilità: migliora anche lo stipendio d’ingresso.
Lo standard europeo: perché è rilevante per università fuori dall’Europa
Può sembrare controintuitivo che un’università a Bogotá o Lima adotti uno standard europeo. Eppure, tre ragioni concrete lo giustificano:
Prima ragione — I quadri sono già collegati. Cile, Colombia, Messico e Perù dispongono di quadri nazionali delle qualifiche in fase di allineamento con il Quadro Europeo delle Qualifiche (EQF). Di conseguenza, un’istituzione che già opera con certificazioni allineate all’EQF detiene un vantaggio competitivo quando arriverà la pressione regolatoria di armonizzazione.
Seconda ragione — Le aziende usano già questi quadri. Quando una società di consulenza HR in Colombia implementa un modello di competenze di Hay Group o Spencer & Spencer, utilizza derivazioni dell’EQF e di ESCO. Pertanto, la certificazione europea non introduce qualcosa di estraneo: formalizza ciò che avviene già informalmente nelle grandi organizzazioni.
Terza ragione — La credenziale viaggia con il professionista. Un certificato interno universitario ha valore solo nel mercato locale. Invece, una Credenziale Digitale Europea depositata nel portafoglio Europass del laureato è verificabile in 29 lingue, in qualsiasi Paese del mondo, per l’intera vita del professionista.
Come funziona nella pratica: dalla valutazione alla credenziale
Per le università che desiderano compiere questo passo, il processo non richiede né modifiche al curriculum né installazioni di sistemi complessi. Ecco come funziona:
Anzitutto, l’istituzione identifica quali competenze trasversali sono già trattate nei propri programmi. La maggior parte scoprirà di coprire già almeno 6 delle 10 più richieste secondo il WEF Future of Jobs 2025: pensiero analitico, leadership, resilienza, pensiero creativo, empatia e curiosità.
Poi, gli studenti completano una valutazione online nella propria lingua. Le valutazioni di EASEC sono disponibili in spagnolo, inglese, portoghese, francese, tedesco, italiano e catalano, con il 98% di affidabilità garantita dalle certificazioni ISO 9001 e ISO 27001.
Infine, ogni studente riceve il proprio risultato come credenziale doppia: una Credenziale Digitale Europea (Europass EDC) sigillata con eIDAS e un Open Badge 3.0 pubblicabile direttamente su LinkedIn. L’istituzione, a sua volta, riceve dati aggregati che le consentono di misurare il livello di competenze di ogni coorte — dati che diventano evidenza diretta per processi di accreditamento dell’ANVUR, dell’ENQA o di organismi simili.
EASEC opera in oltre 55 Paesi e lavora con istituzioni come Formación Universitaria (oltre 300.000 studenti), la Universität Stuttgart e la Midlands Business Academy. Il suo modello di partner (ATC — Authorized Training Center) consente alle università latinoamericane di offrire certificazione europea come parte della propria offerta accademica, con materiali co-brandizzati in spagnolo e supporto locale.
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Cosa dicono i media di questa tendenza
La certificazione di soft skills con standard europeo sta già attirando attenzione mediatica in Spagna e in America Latina. Ad esempio, l’accordo tra Formación Universitaria ed EASEC è stato coperto da Cantabria Económica e Mundo Corporativo, mentre la partnership con piattaforme di talento come LinkedIn Messico e Randstad è stata riportata da El Debate.
Andrea Gray, del team di sviluppo istituzionale di EASEC, ha inoltre pubblicato un’analisi nel Cantabria Económica sulle soft skills che le imprese spagnole richiedono e su come accreditarle. Questo tipo di copertura conferma che la tendenza non è teorica: istituzioni stanno già implementando e media stanno già riportando i risultati.
Il vantaggio del primo arrivato: chi arriva prima, vince
In ogni mercato latinoamericano, la prima università che certifichi i propri laureati con standard europeo diventa il riferimento. È così semplice. Quando il Tecnológico de Monterrey è stato la prima istituzione in Messico a ottenere l’accreditamento ABET, questo è diventato un argomento di vendita per anni. Allo stesso modo, la prima università in Colombia, Cile o Perù che offra una certificazione di soft skills con credenziale Europass deterrà un vantaggio che i concorrenti non potranno facilmente eguagliare.
Perché non si tratta di acquistare un sigillo. Si tratta di permettere a ogni laureato di portare con sé una credenziale che qualsiasi datore di lavoro — a Lima, Madrid o Singapore — possa verificare in meno di 30 secondi. Questo è ciò che significa passare dall’affermare competenze al dimostrarle.
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In sintesi
Certificare le soft skills in America Latina ha già un percorso collaudato. Gli strumenti esistono, gli standard sono definiti e le prime istituzioni stanno già agendo. Ciò che manca è che più università in Messico, Colombia, Cile, Perù e Brasile compiano il passo dall’insegnare competenze al certificarle con credenziali che il mondo riconosce.
Il titolo universitario apre la prima porta. Ma è la credenziale di competenze che determina chi entra e chi resta fuori.

























